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Studiamo insieme… La compressione delle masse nella fotografia di ritratto.

Pubblicato il 12,12,2016  - Su Fotografia

La fotografia di ritratto è sempre oggetto di moltissime discussioni, le maggiori delle quali sono errate o frutto di poca informazione. Si parla spesso di “ottiche per il ritratto” citando il più delle volte ottiche non conformi al fine desiderato. Per realizzare un buon ritratto si parte dallo studio delle prospettive, per arrivare ad eliminare tutti gli errori e spesso i preconcetti, legati all’uso delle ottiche.
Si inizia quindi dalla compressione fotografica, con questo termine si potrebbe supporre qualcosa di assurdo e di complicato, nulla di tutto questo in realtà, si parla di un concetto base per chiunque scelga di avvicinarsi alla fotografia.

Per poter parlare di compressione fotografica, bisogna conoscere il concetto di prospettiva e di distorsione prospettica, a molti non chiaro. Di seguito, una breve descrizione:

“La distorsione prospettica o deformazione prospettica indica qualunque variazione della prospettiva, rispetto a quella della visione ad occhio nudo.”

In questo caso, ovviamente si parla di fotografia, quindi bisogna”eliminare” tutti i concetti sulla prospettiva a noi noti in altre materie, come geometria o architettura, questo avviene perchè il termine prospettiva usato in architettura, in geometria e in disegno tecnico, generalmente sottointende la visione ad occhio nudo come unica o fondamentale “visione del mondo”, in fotografia o nel cinema, dov’è possibile cambiarla modificando la focale o l’angolo di ripresa, risulta più facile utilizzare il termine distorsione prospettica. Si parla, quindi, di prospettiva e di relativa distorsione prospettica in fotografia, dove non è l’occhio nudo l’unica forma di ripresa e di visione del soggetto fotografato, ma tutto dipende direttamente dal tipo di ottica che decidiamo di montare sui corpi macchina.
Tutto questo ovviamente è indiscutibile e non opinabile, in quanto si parla di “matematica” delle ottiche, valido e senza cambiamenti anche per la fotografia analogica.

Dopo aver chiaro il concetto di prospettiva, cerchiamo di capire bene il perchè è preferibile realizzare un ritratto con un teleobiettivo e non con un grandangolo:

focale-ritratto

L’esempio sopra riportato (vedi immagine) è fin troppo chiaro, e dovrebbe essere sufficiente a “tagliarvi la mano” ogni qualvolta vi salti in mente di realizzare un ritratto ravvicinato ad un soggetto, senza aver montato sulla reflex almeno un 85mm fisso, oppure un teleobiettivo che arrivi almeno fino ai 105 mm.
La distanza ravvicinata al soggetto, come si può osservare, produce una distorsione (non bella) in fotografia, rispetto a ciò che invece si può vedere ad occhio nudo.
La teoria ci insegna che:
si può evitare tale distorsione, fotografando il medesimo soggetto da una distanza notevolmente maggiore, usando sempre un’ottica grandangolare, ottenendo un’immagine di campo molto più estesa ovviamente, ma ritagliando (crop in postproduzione) l’area centrale del ritratto, avremo un risultato quasi identico a quello fotografato con un teleobiettivo. Il grandangolo, riempiendo tutto il fotogramma con la scena ripresa, crea una distorsione, quindi ritagliando la parte centrale di una ripresa grandangolare (ovviamente effettuata da dovuta distanza) si può rimediare alla distorsione (solo sul crop, attenzione!) generata dalla distanza di scatto dal soggetto.
Ovviamente, si può selezionare soltanto la parte centrale del crop, quella dove la distorsione è in assoluto più attenuata o assente, nonostante tutto, gli elementi in fotografia (anche croppando molto) fatta con grandangolare, non si avvicinano tra loro, non c’è riduzione nei piani. 
Si va, certamente, incontro a problemi come la profondità di campo, il rimpicciolimento del file, il rumore e la nitidezza. In questo caso, tanti fotografi cadono in errore, vediamo il motivo…
Il crop non cambia assolutamente la lunghezza focale di una lente, nè può cambiare la curvatura della lente o la distanza interlente interna, ma esclusivamente la distanza del piano focale raccolto, quindi angolo focale.
Esempio: un 24-70 mm, montato su corpo formato 4/3 (Il sistema Quattro Terzi (Four Thirds) è uno standard fotografico presentato nel 2002 e sviluppato da Olympus e Kodak per applicazioni nel campo della fotografia digitale) è l’equivalente di un 140-200 mm montato su una reflex FX, ma si parla di angolo focale e non di lunghezza focale. Spesso i fotografi cadono in errore parlando del crop, credendo che cambi la focale, assolutamente no, in realtà cambia solamente l’angolo visivo.

La distorsione prospettica è matematicamente legata anche alla forma della lente, maggiore è la curvatura e maggiore è la distorsione della prospettiva, tutto questo è ben dimostrabile scattando foto con un grandangolo ad oggetti ravvicinati alla lente, successivamente si può fare la stessa prova con ottica normale e poi tele.

barattoli

Visto cosa accade in foto? Non è un ritocco grafico ne un miracolo di photoshop, è semplicemente la compressione dei piani. Il teleobiettivo ha un angolo di campo notevolmente più ridotto rispetto a un’ottica normale o grandangolare, quindi “ritaglia” una parte di sfondo, lasciando il soggetto al centro di dimensioni identiche, facendolo sembrare però più grande e molto più vicino.

Parlando di crop, spesso sentiamo dire che si vada incontro alla perdita di profondità di campo: errore!
Con il crop su corpo FX tutto questo non accade;
Una lente FX crea un cono di proiezione fx su un sensore fx, con quella specifica profondità di campo, se si decide l’utilizzo di un sensore più grande o più piccolo, il risultato rimarrà invariato, non può alterare quello che la lente proietta sul sensore.
Spesso si sente parlare di ottica 50 mm, uguale all’occhio umano. Perchè?
Bisogna definire correttamente la cosa:
si immagini di fotografare con un occhio sulla reflex fx (con montato il 50mm) e con un occhio fuori dal mirino, guardando la medesima scena, in quel caso si avrà la stessa distorsione prospettica dell’occhio umano.
Esistono ottiche osannate dai fotoamatori, come l’85 mm f1.8 (per i più esigenti f1.4), gruppo ottico noto per avere un controllo maggiore nella correzione delle distorsioni, schiacciando leggermente le forme e esaltandone la morbidezza, grazie alla grande apertura del diaframma, regalando anche sfondi con bokeh notevoli.
Esame del ritratto:

Nikon D700 con Nikkor 85 mm f1.8

da notare l’incredibile nitidezza e morbidezza offerta dalla combinazione corpo FX + 85 mm usato a f1.8, lo scatto è naturalmente privo di crop e di ritagli. Il Bokeh è quasi eccessivo, lo sfondo in questo caso è diventato una componente quasi del tutto irrilevante nello scatto. Invece, difetto da non sottovalutare, lo schiacciamento o compressione della massa è troppo basso, si inizia a percepire la mano e il polso, quasi come elementi di disturbo, in quanto risultano su un piano diverso dal viso.
Esaminiamo adesso, un ritratto, eseguito a 200 mm con teleobiettivo 70-200 mm f2.8.

Nikon D700 + Nikkor 70-200 mm f2.8

Qui si inizia a notare come la compressione delle masse sia una delle componenti fondamentali di tale tipologia di ritratto. Le ginocchia (messe ben davanti al viso) e la spalla dx (un piano dietro) risultano schiacciate in un piano unico, uniforme e molto più “armonioso” nell’immagine. La messa a fuoco a f2.8 regala comunque una morbidezza generale all’immagine, senza perdita eccessiva di dettaglio.

In un dettaglio di primo piano per esempio, scattando con un teleobiettivo, anche i lineamenti e le forme del viso vengono compresse, quindi risultano molto più armoniose, la compressione delle masse aiuta a ridurre i difetti della morfologia del viso. Esempio di scatto a 200 mm di un dettaglio di primo piano, no crop:

nikon f2.8 200 mm

non si parla soltanto di ritratto. Nella fotografia di paesaggio, l’uso del teleobiettivo, rende ancor più chiaro quanto già spiegato in precedenza. Foto sotto:

compressione1

visto? Le montagne anche se distanti centinaia di metri tra loro, risultano essere molto vicine, sembrano quasi “attaccate”, illusione ottica, data dalla compressione delle masse per l’uso della focale oltre 200 mm.

Attenzione, non si cerca di esaltare un’ottica e di sminuirne un’altra.
Il passaggio da un’ottica tele a una normale o grandangolare, non dev’essere finalizzata ad avere un angolo visivo più ampio, semplicemente dovrebbe essere utilizzata per esaltare un determinato spazio o una prospettiva. 

Un metodo di misurazione straordinariamente semplice è il seguente:
– Fotografiamo per dilatare le prospettive: USIAMO OTTICHE GRANDANGOLARI
– Fotografiamo per vedere ciò che vediamo nella realtà: USIAMO OTTICHE NORMALI (50 mm fisso)
– Fotografiamo per schiacciare o comprimere la massa e le prospettive: USIAMO I TELEOBIETTIVI

Ora siete davvero a conoscenza della compressione delle masse o compressione dei piani, chiamatela come preferite. Ricordatevi l’ultima regola, valida per l’uso di qualsiasi ottica:

“Il livello di compressione delle masse aumenta con l’aumentare della lunghezza focale.”

Per approfondimenti, non perdete i nostri WorkShop e i nostri Corsi di Fotografia individuali.

 

Articolo scritto da Jacopo Bongarzoni

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La fotografia non si fa con il cuore: L’espressione personale attraverso la tecnica

Pubblicato il 9,12,2016  - Su Fotografia

Piccola premessa doverosa.
Non mi è mai risultato che per scrivere un blog si abbia bisogno di una certa notorietà.
Purtroppo scrivere un blog non è per tutti e lo comprendo.
Necessita di tempo, una minima attitudine a studio e ricerca delle tematiche e del loro sviluppo.
La cosa che è per tutti invece è porre la critica in maniera sterile, senza alcuna dimostrazione e senza competenza.

Fine della premessa.

Iniziamo con l’argomento scelto, dove sono certo che ci sia molto su cui dibattere.
L’espressione personale attraverso la tecnica.
Non voglio assolutamente, anche se ce ne sarebbe anche bisogno, iniziare con un’analisi storica, legata all’arte, all’espressione personale e quindi a tutto quel background culturale arrivato fino ad oggi, che ha contribuito ala nascita di nuove
espressioni, di revival artistici e perchè no anche di tutta quella parte astrusa per molti ma invadente, chiamata mercato.

Butto li un sassolino per portarvi ad una riflessione.

Pittori, scultori ecc… ci hanno fatto pervenire dei prodotti privi di tecnica ed assolutamente creati solo perchè quel giorno erano in vena, oppure ci costringono oggi a far le file nei musei sparsi per il globo, per darci la possibilità di osservare
qualcosa, frutto di tecnica, correlata ad una propria espressione personale, guidata da una committente finanziatrice del progetto?

Non voglio rispondere, credo che si capisca dove voglio andare a parare  per questo mi piacerebbe affrontare con voi un discorso aperto, tenendo però bene a mente quel sassolino riflessivo appena lanciato.
Si pensa e troppo spesso oggi si palesa, che la tecnica sia qualcosa che soffochi la possibilità di esprimersi.
Questo concetto però è talmente nuovo e talmente privo di fondamenta che non trova alcun riscontro storico.
La storia invece ci mostra capolavori antichi che sono stati nel tempo finte di ispirazione.
Ci mostra che senza una adeguata tecnica, nessuna ispirazione può divenire reale, perchè nella fase di progettazione mancherebbero le competenze atte ad esprimere in pratica la volontà attuativa.

Insomma, credo proprio e ne ho dimostrazione ogni giorno che la fotografia abbia dei linguaggi, talvolta criptici e talvolta palesi, che comunque vanno imparati e che comunque vanno saputi parlare in maniera da poter comunicare con chi
osserva.Oggi gli osservatori di una foto sono molti di più, grazie alla tecnologia, ma come spesso accade, siamo noi molto più indietro rispetto alle possibilità odierne.

Dunque, perchè non iniziare a capire che non ci si può’ esprimere senza apprendere alcun linguaggio?
Oppure volete davvero essere come le famose tre scimmiette?

 

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(Articolo scritto da Tiziano Toma)

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La fotografia non si fa con il cuore: L’armata Brancaleone della fotografia.

Pubblicato il 8,12,2016  - Su Fotografia

Non so se tutti conoscete il capolavoro in celluloide del Maestro Monicelli, capace di descrivere, dando seppur in un contesto comico, un carattere cruento e realista al periodo Medioevale,
nuova linfa creativa alle narrazioni future.
Monicelli descrisse l’Italia come famelica, pezzente, meschina ed infingarda.
Ecco un piccolo ritratto odierno di tutto quel movimento neo trash che abita e troppo spesso coabita con la buona fotografia nostrana.

Come al solito, mi spiego meglio.
Perchè coabita? Cosa voglio dire? Cosa sto sottendendo?

Siamo nell’era digitale. Tutto è più veloce e tutto è alla portata di chiunque. Un fotografo affermato spesso si piega alle logiche comunicative del momento
e si trova a dover rispondere, inveire, parlare e spesso confrontarsi con tutta un sottobosco
di “funghi velenosi”, talvolta avulsi anche dal contesto.

Si è vero, c’è tanto di buono in questo per chi voglia apprendere, ascoltare ed osservare, ma tirando le somme c’è anche tanto di tristemente nichilista,
nel dover leggere risposte intelligenti a domande da mentecatti.

L’armata Brancaleone della fotografia è in cammino da anni, perde pezzi e ne acquista di nuovi, ognuno con la sua specifica funzione:
Organizzatore improvvisato, modella improvvisata pronta a mostrare e mostrarsi per due spiccioli, “fotografi”
costretti a ritrarre culi scarabocchiati pur di far parlare di se e così via….

In un certo senso ci sono delle assonanze con l’armata descritta da Monicelli;
mi sembra di rivedervi il Brancaleone da Norcia, Panigotto, Berta d’Avignone, Thorz, Pantaleo, Tiburzia….

Certo è che, non si intravede ancora Gigi Proietti, la morte personificata, per dar pace eterna a questa stantia parodia fotografica…ma sono sicuro che arriverà.

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(Articolo scritto da Tiziano Toma)

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La fotografia non si fa con il cuore: Tempo al tempo.

Pubblicato il 7,12,2016  - Su Fotografia

Oggi avrei voluto parlare di altro, ma visti i vostri commenti  sul blog e sui social all’articolo di ieri, quello di oggi è un passaggio obbligato, un po come il passa dal via e ritira i soldini.
Non sono qui per dare scusanti a me stesso oppure ad altri ma è doveroso cronacare anche un fattore ieri taciuto, per il quale, la corretta applicazione della regola fotografica, diviene cosa ostica, complessa e spesso fonte di disagio.
Il tempo.
No… non sto parlando del tempo di “ ho impostato il tempo, poi diaframma….”, parlo del tempo, anzi IL TEMPO, quello che suddividiamo in 24 ore, per capirci meglio.
Guadagnare del tempo per far qualcosa, per occupare quel tempo guadagnato, è sempre una cosa fantastica.
“Ho finito i compiti prima, posso giocare a pallone mezz’ora in più!”
Guadagnarsi del tempo però non è sempre cosa facile e spesso l’impressione che per farlo, bisogna sacrificare prima del tempo da togliere ad altro, si tramuta in dato di fatto.
Mi spiego con una domanda:
Come posso inquadrare correttamente un soggetto se non so farlo?
Risposta: “A culo”.
Risposta alternativa: “Studiando”
Risposta corretta: “Studiando e prendendomi altro tempo per studiare come applicare le regole dello studio.”

Ecco dove batte la lingua. Sul tempo!
Per qualcuno il tempo di studio è importante, poi però viene legato da se stesso o da altri ai tempi di realizzazione, che spesso non permettono il ragionamento.
Ed allora come si fa? Domanda errata!
Il problema del tempo in realtà è un problema secondario e talvolta non è nemmeno un problema. Si, vi sto dicendo delle cazzate per confondervi. No dai scherzo! XD
Di nuovo un esempio:
Devo fare le foto ad un matrimonio ed è la prima volta.
Con quali tempi devo operare? Con il flash o senza? Quand’è il momento in cui si scambiano l’anello? Da che parte è meglio stare?

Questo povero…povero essere umano dell’esempio, sarà una persona senza tempo.
Non ha alcuna esperienza e si prende il rischio di fotografare un matrimonio (in cambio di una cena magari), perchè il suo amico che si sposa gli ha detto: “ Tranquillo come vengono vengono, non voglio spendere per le foto “.
Caro amico Esempio, ti assicuro che le amicizie finiscono per molto meno.

Torniamo a noi.
Se siete agli inizi, se non avete sicurezze, se dovete affrontare argomenti fotografici trasposti in realtà, di cui avete solo sentito parlare, vi servirebbe del tempo che non avrete in quel contesto.
Prendendovi del tempo prima, molto prima, non vi servirà altro tempo in quel contesto e potrete svolgere il vostro compito quando sarà giusto farlo. (Quindi per ora vai al matrimonio come invitato.)
In un servizio fotografico si possono fare un determinato numero di scatti, ma sapere quando lo scatto utile si ha è la traduzione del tempo speso prima e guadagnato poi.
Questo concetto per molti è poco chiaro e si vede.
La fotografia digitale in questi casi non vi sarà d’aiuto.
Spesso non c’è nemmeno il tempo di alzare lo sguardo verso un monitor… figuriamoci capire se la foto è corretta o meno.

Buon Tempo a tutti voi.
(Articolo scritto da Tiziano Toma)

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“Il tempo” Alice S/S 2016 Pamela Fornari Couture Tiziano Toma Photo Fabiola Valentini Model Noemi Pasculli Makeup/Hair Styling Assistant : Jacopo Bongarzoni – Giulia Benassai – Michele Giametta – Giuseppe Quartarone

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La fotografia non si fa con il cuore: Parliamo di Critica e Regola dei terzi.

Pubblicato il 6,12,2016  - Su Fotografia, Tutorial

Il soggetto è troppo centrale.
Il soggetto non è posizionato nella regola dei terzi.
Spesso ci si avvita in piroette, salti mortali e doppi carpiati
per cercar di criticare l’operato altrui, senza possedere una minima cognizione di ciò che si dice.
Premesso che non ho mai visto alcuna ricetta medica, prescrivere discorsi logorroici privi di senso, almeno 3 volte giorno (ma non faccio il medico eh), direi che se ti occupi di tubi, acqua e scarichi, sarebbe meglio lasciar parlare chi ha uno studio
ed esperienza comprovata alle spalle.

Ora, cerchiamo di mettere ordine e di comprendere qualcosa riguardo le regole fotografiche.
Nello specifico parliamo di regola dei terzi.
Per prima cosa sottolineiamo che per fare fotografia, queste regole che sembrano semplici, non basta saperle, non basta conoscerne l’esistenza, servirebbe anche saperle applicare.

Che cos’è la regola dei terzi?

Facciamola semplice, senza troppi giri di parole.
Consiste nel posizionare soggetti primari (ma anche secondari se il senso estetico lo ritiene corretto) su delle ipotetiche linee che dividono l’immagine in 9 parti di egual misura.

Fin qui’ tutto semplice, ma allora perchè appare così ostico e difficile da comprendere, che per imparare ad inquadrare correttamente, agli inizi, per poi solo dopo saper e poter valutare se è il caso di applicare la regola, è importante allenarsi in tal
senso e capire se si ha una predisposizione alla fotografia o meno?

La scusa del non farlo, perchè si è agli inizi non regge ed è una scusa appunto, anche alquanto puerile, un po’ come il bimbo con la bocca sporca di cioccolata che dice alla mamma piangendo che no, non è stato lui a mangiarla.

Si vedono schiere e schiere di fotografi, foto amatori, neo professionisti dell’immagine ma anche i famosi “ Lei non sa chi sono io, io fotografo da 30 anni…” che ignorano bellamente quella suddivisione dello schermo o del mirino  così fastidiosa,
che è meglio posizionare l’orizzonte al centro del quadro, così gli do’ più importanza!

Insomma, il messaggio di oggi è sempre lo stesso anche se trattiamo un’argomento diverso:
Impariamo a dare importanza al senso estetico di una fotografia per vari motivi:

  • Per rispettare la fotografia.
  • Per far seriamente fotografia.
  • Per produrre fotografia e non immagini.
  • Per avere cognizione di causa quando si digita o si parla.
  • Per non essere identificati come il “Salvini” della fotografia.
  • Per capire se forse è il caso di comprare quel bel tavolo da ping-pong ed investire il proprio tempo in quello.
  • Per non far sanguinare gli occhi altrui.
  • Per tralasciare firme, titoli, poesie copiaincollate e descrizioni fantasiose avulse dal contesto di scatto.
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ESEMPIO DI REGOLA DEI TERZI “Upside down to Amish Life” Progetto Editoriale pubblicato su : Foto Cult – Elegant Magazine – Ob Fashion – Photo: Tiziano Toma Fashion Designer: Pamela Fornari Makeup Artist: Noemi Pasculli make-up – @Giulia Giulia Antoccia Make Up Artist – Nadeshe Mantineo Hair Stylist: Maria Santaniello Booker: TANIA BETTI PHOTOGRAPHY Models : Valentina D’Aloia – Federica Sammarco – Loredana Vulpescu – Flavia Ghercea Assitant : Tiziano Mammana – Gianluca Cococcia

(Articolo scritto da Tiziano Toma)

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La fotografia non si fa con il cuore: Parliamo di iperfocale.

Pubblicato il 5,12,2016  - Su Fotografia, Tutorial

Spesso si sente dire, specie in ambienti dove la fotografia è trattata come un KG di Arance o di Mele, che “la fotografia si fa con il cuore”.
Posso essere d’accordo, tralasciando discorsi correlati al professionismo, che la fotografia possa essere prodotta con attrezzature varie e dai costi contenuti.
In ambito professionale, tutto sarebbe da rivedere, in quanto per acquisire un tipo di immagine, utile ai fini commerciali, servono gli strumenti adatti.
Precisiamo:
Se dovessi vendere una sfilata non potrei presentarmi con un 35mm ed una reflex non performante per raffiche e buffering adeguato (a meno di strane richieste del committente).
Rapportandoci alla fotografia in generale e togliendo i distinguo di cui sopra, il cuore non basterebbe a produrre una fotografia.
Potrebbe di certo produrre un’immagine ma non una fotografia.
Per questo, in questo blog, ho deciso di accennare degli argomenti basilari, che possano guidare ed incuriosire il lettore a 3 steps successivi:

Conoscere Conoscere e Conoscere.
Oggi quindi voglio incuriosirvi sul concetto di iperfocale.
Cos’è?

Estratto di Definizione (Fonte Wikipedia)
La distanza iperfocale è la distanza oltre la quale tutti gli oggetti sono accettabilmente nitidi (limite anteriore di profondità di campo), quando un obiettivo è messo a fuoco all’infinito e chiuso ad un determinato valore di diaframma.

Ok ma a cosa serve?

Il concetto di iperfocale va correlato a quello di profondità di campo.
La profondità di campo è quel piano risultante a fuoco
assieme al piano della messa a fuoco scelta.
La profondità di campo è variabile a seconda del diaframma, della focale e della distanza della fotocamera al piano di fuoco scelti.
Esiste quindi, per ogni focale e per ogni diaframma, una distanza di messa a fuoco, che amplierà la profondità di campo dall’infinito, a una punto posto all’incirca nella metà della distanza di messa a fuoco.
Tale distanza viene chiamata iperfocale.

Dal piano teorico all’atto pratico, esiste una formula per calcolare l’iperfocale:
Iperfocale = (f2 / D*rmin) + f
f = lunghezza focale
D = apertura e
rmin =  circolo di confusione ( il più piccolo cerchio che l’occhio umano riesce a distinguere ad una determinata distanza).

Sugli obiettivi a focale fissa vengono riportati la scala delle distanze di messa a fuoco ed i  riferimenti che consentono di impostare facilmente la distanza iperfocale.

Esempio di impostazione iperfocale.

Esempio di impostazione iperfocale.

E voi conoscevate il concetto di iperfocale?
Lo ritenete utile?
Approfondirete l’argomento?
Scrivetemelo in un commento a questo articolo.

(Articolo scritto da Tiziano Toma)

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Vita o Morte della Fotografia: Scuole di pensiero?

Pubblicato il 2,12,2016  - Su Fotografia

Apprendo oggi di una dichiarazione di Sebastião Salgado
(n.d.r. fonte )
il quale presuppone una preoccupazione riguardante la strada che la fotografia mondiale sta’ percorrendo.
Parlando di Social Network ed in particolar modo di Instagram
profetizza una morte della fotografia a favore della supremazia dell’immagine.

Una visione realistica?
Apocalittica?
Pessimista?
A questo punto vorrei mettere in parallelo le parole di un’intervista di qualche tempo fa a Giovanni Gastel
(n.d.r. fonte) , il quale indica il momento storico come una rivoluzione culturale ma anche tecnologica in cui il concetto di immagine
prenderà la sua importanza e la sua netta distinzione da quello fotografico che tornerà ad essere espressione di una data parte di realizzatori e committenti.
Quindi nessuna morte, ma una nuova vita.

Una visione realistica?
Ottimista?
Dov’è la verità?
Quale “profezia” si avvererà.
Il mio punto di vista:

Propendo da sempre verso la visione di Giovanni Gastel, pur vivendo a volte con disagio questa attuale confusione fra immagine e fotografia, amplificata dai social network.
Credo fermamente che il ritorno sempre più concreto della fotografia analogica e di persone interessate ad essa, sia uno dei segnali più importanti.
Credo che conviveranno nella fotografia due grandi realtà rappresentate dal digitale e dall’analogico e credo che l’immagine avrà un’altrettanto spazio importante, in tutto cio’ che sarà la veicolazione della notizia o di qualsiasi azione destinata ad
essere estemporanea.

E voi? Verso quale visione propendete?
Attendendo i vostri commenti vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo.

(Scritto da Tiziano Toma)

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La fotografia degli Ignoranti

Pubblicato il 1,12,2016  - Su Fotografia

Avete mai sentito un ignorante dire che ignora?
Si.
Oggi è divenuto quasi un “must”, a tratti un pregio.
Schiettezza. Realismo. Semplicità.
Vengono affibbiate queste caratteristiche a chi ignora e si fa fregio della propria ignoranza.
Ora entriamo nello specifico e quindi nelle casistiche in cui la fotografia viene colpita da questa assunzione di pregi.
L’ignorante ha una frase che usa come cavallo di battaglia!

“Questa foto è Naturale, non ha alcuna post-produzione ne sviluppo, è uscita così dalla macchina fotografica e quindi è una foto bella perchè naturale.”

NA-TU-RA-LE.

A soffermarsi su questa parola nello specifico ci sarebbe da parlare un bel po’.
Mi limito a gettare un sassolino nello stagno?
Siamo sicuri che la questa grande naturalezza  nell’immagine vantata, sia davvero cos’ genuina?
La foto magari è stata scattata con un supporto digitale.
Per non fare uno sviluppo è stata scattata in JPG e scaricata.
Il JPG produce una foto naturale?
Io dico di no…..ma non vado oltre per non andare troppo fuori tema.
Quindi l’ignorante, continuando ad analizzare la frase, è felice di ignorare (e su questo provo anche un po’ di invidia)
e pensa e palesa che la sua foto sia bella perchè priva di qualsiasi intervento… (suo, il corpo macchina è già intervenuto per produrre il file JPG.)
Poi l’ignorante si espone ancor di più, andando a toccare i tasti più populisti possibili e va a nominare la fotografia analogica in rapporto a quella digitale:

“Col digitale siete tutti capaci di far foto belle… (Belle? Se ti avesse letto Ansel Adams ti avrebbe inviato uno scappellotto a mezzo piccione viaggiatore, solo per la definizione di Bella Fotografia)…Con il digitale e photoshop la realtà viene stravolta e una foto brutta, diventa bella! Questo con l’analogico non accadeva.”

QUESTO CON L’ANALOGICO NON ACCADEVA.

A questo punto si potrebbero elencare molteplici risposte da dare, ma si sà, l’ignorante troverà sempre il modo di negare l’evidenza.
Però qualche risposta voglio suggerirla:

  • Perchè allora non scatti in analogico e non mostri cosa fai con quel tipo di supporto?
  • Perchè non provi a studiare qualcosina prima di imbrattare pagine e pagine digitali di fuorvianti e false convinzioni vomitate come si vomiterebbe una cena al All You Can Eat?
  • Perchè continui a fotografare?

La migliore risposta però ve la linko.
Photoshop aveva un’altro nome e non era di proprietà di Adobe, ma è da li che parte tutto.
Senza cultura della fotografia non esiste una bell…..emm scusi Signor Adams… una buona fotografia.

Scritto da Tiziano Toma.

 

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Le piramidi della consapevolezza

Pubblicato il 29,11,2016  - Su Fotografia

Siamo nel 2016, quasi 2017 direte voi, vezzeggiando la celebre battuta tratta dal film “Non ci resta che piangere”.
La fotografia sta vivendo un culmine di interesse paragonabile al momento storico in cui essa nacque.
Non sto paragonando ovviamente il numero di fruitori, ma l’interesse economico e non che ruota attorno ad essa.
Oggi il numero di fruitori è divenuto quasi indecifrabile per merito della tecnologia e dei costi che si sono nettamente fatti sempre più accessibili.
Ovviamente a tutto c’è un ma, tutto è visibile sotto diverse prospettive e giudicabile in maniera positiva o negativa.
La stessa massa che utilizza la fotografia, ha una percezione del mezzo talvolta discordante.
C’è chi indica la fotografia, intesa come mezzo di comunicazione visiva, come del tutto morto a causa del gran numero di soggetti che ne fanno uso, dando quindi un’accezione negativa al momento storico in cui si colloca la critica e c’è chi pensa che invece tutto questo movimento, talvolta informe, talvolta maleducato ed incomprensibile e talvolta fuori da qualsiasi logica, sia una grande e nuova possibilità.
Mi voglio collocare nella mia personale lettura degli eventi, verso la teoria possibilista, andando a spiegare il perché ed andando ad individuare dei punti, spesso poco toccati o comunque taciuti.
E’ una nuova possibilità, ne sono più che certo,  in quanto non voglio vedere il movimento fotografico mondiale come una massa informe ma come una ordinata “piramide”, composta da nuove figure, nuovi inventori di utilizzo ma anche nuovi opportunisti e nuovi e mediocri attuatori, che coabitano nell’insieme.
La “piramide” ora non ha una solida base e deve scontrasti con le “piramidi” accanto che hanno dei mattoni in cima molto deboli, ma delle basi formidabili in termini di costruzione.
Cosa forma una solida base e cosa serve per rendere l’attuale massa “piramidale” duratura e ben strutturata come le sue colleghe più longeve?
La consapevolezza.
La consapevolezza non è altro che un dato storico che non viene solo appreso con una data di nascita ed una data di morte ma viene elaborato nel suo insieme di informazioni, ripetuto all’atto pratico e studiato nuovamente per discernere i risultati positivi dai negativi.
In poche parole cari miei, non esiste photoshop, camera raw o lightroom senza sapere cosa accade, come si costituisce e come si opera in una camera oscura.
Non esiste il saper individuare la focale adatta su uno zoom senza conoscere i pregi ed anche le limitazioni non solo teoriche, di una lente a focale fissa.
Non si può’ produrre una buona foto in digitale se non si è imparato a conoscere i termini di tempo, le domande e le risposte da porsi quando si scatta in analogico.
Abbiamo quindi una grande possibilità…capire ed innovare.
Innovare senza aver compreso produce delle basi di sabbia che porteranno voi stessi e la fotografia verso una deriva di mediocrità.
Investite sulla conoscenza, perché far click è alla portata di chiunque.
Nei prossimi articoli ci sarà modo di entrare nello specifico, per ora vi chiedo un pensiero al riguardo, per confrontare le nostre visioni.

 

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© CREOART Snc – scatto/sviluppo pellicola/provino scalare/stampa chimica : Tiziano Toma.
Modella Giulia  Nocella – Make-up Giada Petrangeli –
Sviluppo ILFORD HP5 PLUS 400
Stampa su carta Ilford  MG4RC 25M 12.7 x 17.8 cm – satinata
Stampa a 16 sec. f8 contrasto 3

 

 

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La “morbidezza” della pellicola, come ottenerla in digitale?

Pubblicato il 28,11,2016  - Su Fotografia

Spesso parliamo della “morbidezza” o della “pasta” che crea uno sfocato nella fotografia analogica.
Sappiamo come la gamma dinamica in fotografia si sia evoluta, dal cristallo d’argento al pixel; con essa ovviamente siamo andati incontro alle perdite nella naturalezza o nella “morbidezza” della fotografia, acquistando taglienza e incisione cromatica più nitida.
Tutto questo si può riprodurre in digitale? É ancora possibile apprezzare tale risultato anche scattando con corpi macchina di ultima generazione?
La risposta è in un compromesso complicato, da ottenere tra il bilanciamento dei tempi di scatto e la sensibilità della luce in ISO, ciò che in analogico chiamavamo ASA…
Utilizzando ottiche d’eccellenza, come ad esempio il 70-200 f2.8, scattando ovviamente a zoom elevato, con un ottimo rapporto iso-tempo si possono raggiungere risultati realmente vicini alla “morbidezza” di una fotografia scattata con un corpo analogico, riuscendo ad ottenere un’illuminazione uniforme e coerente con lo sfondo, realizzabile in totale assenza di luci taglienti o sole diretto.
Fotografia in esempio: Nikon D700 – Nikkor 70-200 f2.8 – tempo di scatto 1/30 sec, diaframma f2.8, iso 1600, luce crepuscolare naturale. Modella: Elisabetta Ponte

 

© CREOART Snc

© CREOART Snc – scatto: Jacopo Bongarzoni

 

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