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La fotografia non si fa con il cuore: Conoscere i termini ed il significato.

Pubblicato il 17,01,2017  - Su Fotografia, Tutorial

Capita spesso di leggere in giro per il web degli annunci di ricerca contenenti inesattezze ed incongruenze proprie di chi non opera in una dato settore, ma millanta di farlo.
A tal proposito mi piacerebbe in questo articolo, trattare in maniera generale alcune terminologie che spesso vengono confuse oppure omesse
e che andrebbero invece conosciute a fondo, per il loro nome e per il loro significato.

Ovviamente, leggere di fotografi che si offrono GRATIS di creare BOOK o pseudo modelle che chiedono un lavoro di BOOK gratuito è il primo sintomo della malattia dell’ignoranza
e questo aiuta a non prendere in considerazione determinate figure ed ambiti.
Esistono collaborazioni, lavori e tanto altro nel mondo della fotografia rivolta al mercato della moda, ma tutto avviene nella consapevolezza dei propri mezzi e capacità, costruiti con studio ed abnegazione, verso un terreno professionale in
continuo cambiamento, aggiornamento e dal carattere volubile.

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Andiamo quindi a prendere in considerazione il significato e l’uso di alcuni termini essenziali:

BOOK FOTOGRAFICO: Corrisponde ad un lavoro svolto da un fotografo prevalentemente in studio. Il book per una modella, ma anche per un attore, mira a definire i punti di forza del soggetto, senza tralasciare le caratteristiche reali. La capacità del fotografo in un book è quella di far apparire correttamente il soggetto, rispettandone le caratteristiche e ritraendole correttamente e non andando ad intervenire in maniera artificiale.
Un book ha sempre una propria causale; dalla più effimera alla più professionale, questa deve essere ben chiara a tutte le parti chiamate in causa per la sua realizzazione.
Il book è un primo strumento che la modella dovrà utilizzare per potersi far rappresentare da un’agenzia interessata.
Il book va rinnovato con cadenze precise e non dopo anni.
Fare più book fotografici non rappresentano un portfolio ma un rinnovo della propria “Carta d’identità lavorativa” visibile ai potenziali clienti.

PORTFOLIO FOTOGRAFICO: Questo strumento è un sunto che riassume le capacità acquisite e le professionalità dimostrabili della modella, attraverso un filo logico che puo’ far la differenza per un’eventuale cernita da parte di un committente.
Spesso il portfolio puo’ essere utilizzato per una visione più ampia del soggetto in un determinato ambito.
Facciamo un’esempio; Una committente ricerca una modella abituata a posare per un determinato filone commerciale. La modella ( il Booker/l’agenzia) mostreranno non un book ma un portfolio che racchiuderà l’insieme dei lavori che rappresenteranno il quid, in risposta alla richiesta del committente.

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BOOKER: E’ un professionista del settore moda ed operante nell’ambito commerciale di un’agenzia di modelle/i.
Si occupa dell’aspetto propositivo della propria rete modelle/i. In un’agenzia vi possono essere più bookers per un numero definito di modelle/i da rappresentare.
Spesso la figura del booker è utile anche come punto di riferimento e diviene un motivatore, un confidente, un amico per la modella, che spesso si trova in ambiti nuovi nei quali si dovrà adattare nel più breve tempo possibile.

CASTING: Questo è il momento in cui la modella presenta se stessa e le proprie referenze fotografiche  al committente, che presso la propria sede o nella sede dell’agenzia, valuterà le eventuali attitudini e capacità delle varie proposte.
Vi sono molte regole da rispettare per presentarsi ad un casting. Alcune sono ben definite, spesso sono di carattere fisico, altre sono di natura generale e comuni ad altri colloqui di lavoro, altre ancora sono sottintese e facenti parte dell’esperienza che la modella/i acquisirà nell’arco del tempo.

COMPOSIT: Altro strumento proprio per la presentazione della propria immagine.
E’ un biglietto da visita del mondo della moda e dello spettacolo.
Si presenta sotto forma di cartoncino dalle misure di 15 x 21 cm.
Su di esso vengono riportate una o più foto, i dati fisici ed i recapiti personali o dell’agenzia.

FITTING: Prova abiti che segue alla conferma della modella/o.
In alcuni casi il fitting avviene anche durante il casting. In altri casi avviene più volte, anche prima di una sfilata, per ridefinire l’ordine delle indossatrici ed i capi impegnati.

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DESIGNER: o anche Fashion Designer, rappresenta il termine più usato per indicare lo Stilista.
E’ il creatore delle collezioni, che non sempre da il nome alle stesse. Esistono infatti fashion designer impegnati nell’industria del Fast Fashion o dell’Haute Couture
che creano linee per marchi noti che portano il nome del loro fondatore.

HAUTE COUTURE: Dal francese che significa alta moda, più usato del termine inglese high fashion..
E’ la moda che tratta le creazioni in ambito sartoriale e spesso in contrasto con la visione del Fast Fashion.
Parigi, Italia, New York e Londra sono i paesi che meglio rappresentano l’alta moda nel mondo.
In contrasto con una visione artigianale e molto ricercata del passato, oggi nell’Haute Couture sono presenti anche accessori ed affini, oltre che capi di prêt-à-porter,
per rispondere al mercato del Fast Fashion, sempre più aggressivo ed economico.

FAST FASHION: Mercato legato alla moda, ad oggi rappresentato da marchi come Zara o H&M, che mirano ad un ricambio veloce delle tendenze e quindi del bisogno di nuovi acquisti.
L’evoluzione del Fashion Victim è strettamente correlata, con conseguente perdita di esclusività, stagionalità e qualità, propri invece, delle creazioni Haute Couture.

Ho racchiuso qualche termine più o meno noto e spesso male utilizzato nell’ambito dei non addetti ai lavori, al fine di dare un contributo alla conoscenza di un mondo variegato, strutturato e molto più complesso di quanto si possa credere.
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Fotografia Tiziano Toma per Mint Magazine – Rendez Vous de la mode
(Articolo scritto da Tiziano Toma)

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La fotografia non si fa con il cuore: Il fruscio del disco si sente in foto.

Pubblicato il 11,01,2017  - Su Fotografia, Tutorial

Bentornati a tutti dalle feste.
La Befana e Babbo Natale hanno portato tante reflex ai bambini buoni,che speriamo leggeranno anche i manuali d’istruzioni.

Rumore. Oggi parliamo di rumore e voglio partire un po’ da lontano per arrivare al significato di questo concetto ad oggi.

Nella fotografia analogica, dove si usano reazioni chimiche per determinare dei valori utili a produrre una fotografia, abbiamo la misurazione della sensibilità della pellicola
(non essendovi un sensore) o velocità della stessa che dir si voglia, nel rapporto con la luce.
Fotografare con una pellicola a bassa sensibilità richiede (a parità di condizioni), tempi di esposizione maggiori.
In questo caso è corretto parlare di pellicole lente.
Al contrario, pellicole con alte sensibilità necessitano di tempi di esposizione più corti, da qui la dicitura di Pellicole veloci.
Ovviamente questi rapporti e le scelte delle pellicole sono determinate dalle condizioni di illuminazione e dall’utilizzo o meno di flash esterni o su slitta.

Le sensibilità delle pellicole si misurano in ISO / ASA o DIN (in Germania).

Ecco i valori ISO/ASA più comunemente utilizzati nelle pellicole: 50, 100, 125, 160, 200, 400, 800, 1000 e 1600.
Ora cerchiamo di addentrarci nel concetto di Rumore che chiameremo Grana, rivolgendoci alla pellicola.
La pellicola è composta da alogenuro d’argento, un composto chimico (sale) formato dall’argento (Ag) con un alogeno (fluoro, cloro, bromo, iodio).
La formula generale di un alogenuro d’argento è AgX, dove X indica un generico alogeno.
(fonte Wikipedia)

prova-iso

Il concetto importante è che quanto meno sensibile sarà la pellicola ( ASA 50 – 100 – 125 …) tanto meno grande sarà lo spessore e le dimensioni dei grani di alogenuro d’argento che la compongono.
La grana per l’appunto, riconducibile al rumore nella fotografia digitale.
Ovviamente utilizzare pellicole con basso valore di ASA produrrà un’immagine con maggior dettaglio oltre che con meno grana.

Arriviamo ora alla fotografia Digitale che ha come già abbiamo accennato delle similitudini concettuale con a fotografia analogica.
Nella fotografia digitale, il valore ISO serve a misurare e tarare la sensibilità del sensore. 
Proprio come per la pellicola, un basso valore ISO corrisponderà ad una bassa sensibilità.
Con l’avvento dei sensori le sensibilità ISO sono divenute sempre più estreme ed alte, così come il rumore da esse generate.
Ovviamente valori di 25.000 ISO erano impensabili con la pellicola, ma non sempre sono valori utili e spesso non riescono a restituire una qualità nell’immagine, in quanto il Rumore andrà a ledere buona parte del dettaglio.
Sono vari i disturbi che creano rumore ad alte sensibilità nel digitale: 
radiazioni ultraviolette, basso segnale che arriva al sensore e che dovrà essere amplificato con conseguente rumore, visto che il segnale originario era debole in entrata.
Questi disturbi vanno a contaminare il segnale in uscita del sensore che produrrà più rumore ad alte sensibilità con scarsa condizione di luce.
Proprio come in pellicola il rapporto fra ASA/ISO/DIN e luce può determinare perdita di informazioni e quindi di dettaglio e maggiore rumore o grana.



Quindi il valore dettato dalla sensibilità ISO/ASA/DIN è il valore principale per determinare una fotografia dettagliata e priva di rumore.

Nella fotografia digitale però abbiamo un sensore e non una reazione chimica.

PRIMA RIVELAZIONE SORPRENDENTE :
il segnale che determina il rumore nei casi visti è paritetico ad un segnale di carattere analogico.
Non è cambiato nulla sotto questo aspetto.
Più aumento la sensibilità più il segnale disturbato diviene maggiormente disturbato.



Avete mai sentito il fruscio prodotto da un vinile?

Se alzate il volume il fruscio diviene sempre più evidente.

Ora rapportate questa informazione agli ISO/ASA/DIN e saprete come tarare e cosa e come fotografare, quali opzioni scegliere e saprete comprendere che per ora nulla è cambiato,
malgrado le grandi notizie sensazionalistiche da mille mila ISO della case produttrici.
Qualcosa è migliorato, si ma non cambiato rispetto al passato.



SECONDA RIVELAZIONE SORPRENDENTE :


Esiste un nuovo segnale di disturbo, dovuto alla tecnologia digitale che viene spesso accomunato al Rumore (erroneamente).

HOT PIXEL.
Perchè i disturbi del sensore denominati hot pixel non possono essere accomunati al Rumore?
Perchè questi prima dell’avvento dei sensori non esistevano in pellicola ed abbiamo visto quanto le caratteristiche di Rumore fra pellicola e digitale siano equipollenti.
Gli HOT PIXEL sono determinati in casi di lunga esposizione e non si presentano come grana o rumore ma come puntini colorati, visibili per lo più durante le lunghe esposizioni,
specie quando viene chiesto ad un sensore meno performante di svolgere un lavoro a lui non adatto.
Su una DSLR da 6-8MP, generalmente appaiono intorno ai 20 secondi.

Gli HOT PIXELS quindi sono un prodotto unico della fotografia Digitale e non sono accomunabili al Rumore che è un disturbo di segnale in comune con la fotografia Analogica.

Esistono anche i DEAD PIXEL, ma in quel caso la via dell’assistenza è l’unica, in quanto sono parti di segnale incapaci di fornire un segnale,
se non dei puntini bianchi che sono la traduzione di un pixel morto.
Esistono programmi per ovviare, ma l’assistenza sarebbe la soluzione principale.

Spero di aver dato un contributo positivo alla conoscenza del Rumore ed alle differenze fra rumore ed hot pixel ed ancora, alle congruenze e similitudini fra fotografia analogica e digitale.

Al prossimo articolo.
Un saluto.

(Articolo scritto da Tiziano Toma)




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