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Le piramidi della consapevolezza

Pubblicato il 29,11,2016  - Su Fotografia

Siamo nel 2016, quasi 2017 direte voi, vezzeggiando la celebre battuta tratta dal film “Non ci resta che piangere”.
La fotografia sta vivendo un culmine di interesse paragonabile al momento storico in cui essa nacque.
Non sto paragonando ovviamente il numero di fruitori, ma l’interesse economico e non che ruota attorno ad essa.
Oggi il numero di fruitori è divenuto quasi indecifrabile per merito della tecnologia e dei costi che si sono nettamente fatti sempre più accessibili.
Ovviamente a tutto c’è un ma, tutto è visibile sotto diverse prospettive e giudicabile in maniera positiva o negativa.
La stessa massa che utilizza la fotografia, ha una percezione del mezzo talvolta discordante.
C’è chi indica la fotografia, intesa come mezzo di comunicazione visiva, come del tutto morto a causa del gran numero di soggetti che ne fanno uso, dando quindi un’accezione negativa al momento storico in cui si colloca la critica e c’è chi pensa che invece tutto questo movimento, talvolta informe, talvolta maleducato ed incomprensibile e talvolta fuori da qualsiasi logica, sia una grande e nuova possibilità.
Mi voglio collocare nella mia personale lettura degli eventi, verso la teoria possibilista, andando a spiegare il perché ed andando ad individuare dei punti, spesso poco toccati o comunque taciuti.
E’ una nuova possibilità, ne sono più che certo,  in quanto non voglio vedere il movimento fotografico mondiale come una massa informe ma come una ordinata “piramide”, composta da nuove figure, nuovi inventori di utilizzo ma anche nuovi opportunisti e nuovi e mediocri attuatori, che coabitano nell’insieme.
La “piramide” ora non ha una solida base e deve scontrasti con le “piramidi” accanto che hanno dei mattoni in cima molto deboli, ma delle basi formidabili in termini di costruzione.
Cosa forma una solida base e cosa serve per rendere l’attuale massa “piramidale” duratura e ben strutturata come le sue colleghe più longeve?
La consapevolezza.
La consapevolezza non è altro che un dato storico che non viene solo appreso con una data di nascita ed una data di morte ma viene elaborato nel suo insieme di informazioni, ripetuto all’atto pratico e studiato nuovamente per discernere i risultati positivi dai negativi.
In poche parole cari miei, non esiste photoshop, camera raw o lightroom senza sapere cosa accade, come si costituisce e come si opera in una camera oscura.
Non esiste il saper individuare la focale adatta su uno zoom senza conoscere i pregi ed anche le limitazioni non solo teoriche, di una lente a focale fissa.
Non si può’ produrre una buona foto in digitale se non si è imparato a conoscere i termini di tempo, le domande e le risposte da porsi quando si scatta in analogico.
Abbiamo quindi una grande possibilità…capire ed innovare.
Innovare senza aver compreso produce delle basi di sabbia che porteranno voi stessi e la fotografia verso una deriva di mediocrità.
Investite sulla conoscenza, perché far click è alla portata di chiunque.
Nei prossimi articoli ci sarà modo di entrare nello specifico, per ora vi chiedo un pensiero al riguardo, per confrontare le nostre visioni.

 

provino-scalare_s

© CREOART Snc – scatto/sviluppo pellicola/provino scalare/stampa chimica : Tiziano Toma.
Modella Giulia  Nocella – Make-up Giada Petrangeli –
Sviluppo ILFORD HP5 PLUS 400
Stampa su carta Ilford  MG4RC 25M 12.7 x 17.8 cm – satinata
Stampa a 16 sec. f8 contrasto 3

 

 

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La “morbidezza” della pellicola, come ottenerla in digitale?

Pubblicato il 28,11,2016  - Su Fotografia

Spesso parliamo della “morbidezza” o della “pasta” che crea uno sfocato nella fotografia analogica.
Sappiamo come la gamma dinamica in fotografia si sia evoluta, dal cristallo d’argento al pixel; con essa ovviamente siamo andati incontro alle perdite nella naturalezza o nella “morbidezza” della fotografia, acquistando taglienza e incisione cromatica più nitida.
Tutto questo si può riprodurre in digitale? É ancora possibile apprezzare tale risultato anche scattando con corpi macchina di ultima generazione?
La risposta è in un compromesso complicato, da ottenere tra il bilanciamento dei tempi di scatto e la sensibilità della luce in ISO, ciò che in analogico chiamavamo ASA…
Utilizzando ottiche d’eccellenza, come ad esempio il 70-200 f2.8, scattando ovviamente a zoom elevato, con un ottimo rapporto iso-tempo si possono raggiungere risultati realmente vicini alla “morbidezza” di una fotografia scattata con un corpo analogico, riuscendo ad ottenere un’illuminazione uniforme e coerente con lo sfondo, realizzabile in totale assenza di luci taglienti o sole diretto.
Fotografia in esempio: Nikon D700 – Nikkor 70-200 f2.8 – tempo di scatto 1/30 sec, diaframma f2.8, iso 1600, luce crepuscolare naturale. Modella: Elisabetta Ponte

 

© CREOART Snc

© CREOART Snc – scatto: Jacopo Bongarzoni

 

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